Quando si parla di sostenibilità nel settore della logistica e del trasporto, il dibattito si concentra quasi sempre sull’elettrico: nuovi modelli, infrastrutture di ricarica, incentivi per la transizione. È un tema centrale e inevitabile. Ma esiste un altro versante della sostenibilità applicata ai veicoli industriali che viene spesso trascurato: quello dell’economia circolare, ovvero della capacità di estendere la vita utile dei mezzi esistenti in modo intelligente, efficiente e certificato.

Estendere la vita utile di un camion ben mantenuto — rimettendolo sul mercato dopo un primo ciclo d’uso con garanzie verificabili — ha un impatto ambientale significativo. Riduce la domanda di produzione di nuovi veicoli, ottimizza l’utilizzo delle risorse già impiegate nella manifattura e abbassa le emissioni legate al ciclo produttivo completo. Non è un’alternativa all’elettrico: è un complemento necessario, soprattutto in una fase di transizione tecnologica che richiederà anni per dispiegare i suoi effetti.

Circolarità e qualità: un binomio possibile?

La principale obiezione al riutilizzo dei veicoli usati nel trasporto professionale è sempre stata la stessa: incertezza sulla storia del mezzo e impossibilità di garantire standard affidabili nel tempo. È un’obiezione legittima nel caso dell’usato tradizionale, dove il camion che cambia mano porta con sé un’anamnesi spesso lacunosa.

La situazione è radicalmente diversa quando si parla di veicoli provenienti da flotte di noleggio gestite direttamente dai dealer o dai costruttori. In quel caso, il mezzo è stato manutenuto secondo protocolli certificati, con interventi documentati e verificabili. L’economia circolare, applicata in questo modo, non è un compromesso sulla qualità: è una scelta ragionata che massimizza il valore residuo di un asset industriale.

Questo modello, che nel mondo automotive per le auto private si chiama “certified pre-owned“, sta trovando applicazione sempre più strutturata anche nel settore dei veicoli industriali. Alcuni dealer italiani hanno sviluppato veri e propri programmi di certificazione per i mezzi ex-noleggio, con procedure standardizzate di ispezione, preparazione e garanzia.

Il costo ambientale nascosto di un camion nuovo

Produrre un veicolo industriale pesante richiede una quantità enorme di risorse: acciaio, alluminio, gomma, plastica, rame per la componentistica elettronica. Una parte significativa delle emissioni di CO₂ associate a un camion non si genera durante il suo utilizzo, ma durante la sua produzione, quello che in gergo tecnico si chiama impronta di carbonio incorporata.

Quando un veicolo viene sostituito prima della fine della sua vita utile reale, quella quota di emissioni viene in parte “sprecata”: il mezzo viene rottamato o venduto in mercati secondari meno regolamentati, mentre un nuovo ciclo produttivo viene avviato. Al contrario, mantenere in circolazione un mezzo che ha ancora molti anni di vita utile davanti, dopo una revisione approfondita e con garanzie credibili, è una scelta pienamente coerente con i principi di sostenibilità che le aziende di logistica sono sempre più chiamate a rispettare dai propri committenti e dagli standard ESG.

Normative e rendicontazione: cosa cambia per le flotte aziendali

Le imprese di trasporto di medie e grandi dimensioni si trovano oggi a fare i conti con richieste di rendicontazione ambientale sempre più stringenti. La direttiva europea CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) ha allargato il perimetro delle aziende obbligate a pubblicare informazioni sulla propria sostenibilità, e l’effetto cascata sui fornitori di servizi logistici è già in atto. I grandi shipper chiedono ai propri partner di trasporto dati sulle emissioni, politiche di rinnovo della flotta e certificazioni ambientali.

Pertanto, il profilo ambientale della flotta diventa un fattore competitivo. Un’azienda che può dimostrare di acquistare veicoli da circuiti certificati, con storia documentata, chilometraggio verificato e preparazione secondo standard del costruttore, si posiziona meglio rispetto a chi acquista usato indifferenziato o mantiene mezzi obsoleti oltre la loro vita economicamente ottimale.

Alcune delle più grandi aziende di logistica italiane ed europee hanno già adottato policy di flotta che includono criteri di sostenibilità nella scelta dei veicoli: non solo elettrici o a idrogeno, ma anche usati certificati con storia verificabile. È una tendenza destinata a crescere, trainata sia dalla pressione normativa sia dalla disponibilità crescente di offerta qualificata sul mercato.

In Italia, dealer strutturati come CGT Trucks hanno sviluppato in questa direzione programmi specifici. Il servizio ExRent di CGT Trucks propone veicoli DAF provenienti dalla flotta di noleggio, che hanno percorso chilometraggi contenuti (fino a 450.000 km), sono stati manutenuti secondo i protocolli DAF e vengono preparati con collaudi su strada prima della vendita. È un modello che incarna concretamente i principi dell’economia circolare applicata al trasporto industriale: qualità verificata, storia trasparente, impatto ambientale ridotto rispetto alla produzione di un nuovo.

Prospettive: il seminuovo certificato come scelta strategica

Nei prossimi anni, la pressione su costi, sostenibilità e flessibilità operativa spingerà molte aziende di trasporto a rivalutare il proprio approccio alla gestione della flotta. Il modello del seminuovo certificato non è una soluzione di ripiego: è una scelta strategica che permette di bilanciare qualità, costi e impatto ambientale in modo molto più efficace di quanto si possa fare scegliendo solo tra nuovo e usato tradizionale.

Il prerequisito è la disponibilità di offerta affidabile, con operatori che abbiano le competenze tecniche per certificare i veicoli e la reputazione per rispettare gli impegni di garanzia nel tempo. È esattamente il tipo di infrastruttura che i dealer più strutturati stanno costruendo, e che nei prossimi anni diventerà sempre più determinante nelle scelte d’acquisto delle flotte professionali.